Galeotta fu la piada

Io non sapevo cucinare per questo penso che il primo a innamorarsi di lei sia stato il mio palato. Non sono orgoglioso di questo ma sono romagnolo e spero mi perdonerete.

Ero un uomo solo. Lavoravo sui cantieri edili come geometra; fino al tramonto mi sentivo bene, ma alla sera, seduto a tavola, la tristezza si impadroniva di me. Guardavo la tv e scartocciavo i contenitori della rosticceria. Facevo commenti ad alta voce e mi sentivo un po’ matto. Cosa mi mancava di più? La conversazione o il buon cibo? Entrambi.
Per questo accettavo volentieri gli inviti a cena, non ne rifiutavo uno e ricambiavo presentandomi con una bottiglia di vino. Ma non potevo contare su questo e speravo in un miracolo. Una bella azdora l’avrei mai incontrata?
Questo pensiero era frequente, direi quasi un’ossessione che mi faceva sentire un maschilista e dovevo fare attenzione a parlarne, soprattutto con le donne, con cui avrei fatto una pessima figura. Quindi, non potevo nemmeno sfogarmi e accumulavo tensione. In realtà oltre a sentirmi in colpa mi sentivo anche incompreso. E se l’amore avesse sede nello stomaco? Si dice che quando si è innamorati si sentono le farfalle nello stomaco. Ecco cosa mancavano, le farfalle.
In attesa di una relazione amorosa avrei potuto imparare a cucinare e colmare una parte del vuoto che sentivo, ma di prendere in mano un libro di cucina o di iscrivermi a corsi serali non se ne parlava. Il fatto era che avevo una gran voglia di essere servito e riverito.
Ogni mattina prima del lavoro facevo un’ora di corsa sul lungomare. Mi godevo da una parte la spiaggia e dall’altra le ville che si alternavano agli alberghi. Le trovavo belle dipinte con i colori pastello e immaginavo gli arredi interni, i mobili di legno e il fresco che i muri spessi offrivano nelle giornate estive.
Al cantiere fingevo di essere un uomo dalla scorza dura e mi piaceva stare insieme ai muratori e agli operai. Mi ero fatto l’idea che fossero uomini di carattere: braccia forti, carattere forte. E’ stato così che ho incominciato a pranzare mangiando panini insieme a loro e qualche volta è capitato che mi facessero assaggiare il contenuto delle loro gavette. Ricordo quelle pausa dal lavoro come momenti felici.
La domenica andavo per borghi e mi sentivo turista a casa mia. Le colline dell’entroterra mi abbracciavano e coccolavano e il pranzo all’osteria era diventato un’abitudine; alla sera cenavo con una piadina farcita, in un chiosco. Fu in quel mio girovagare solitario che scoprii che il paesaggio mi commuoveva. Lo sentivo come uno di quegli amici che ci sono sempre. Un giorno mi ritrovai su una collina, di fronte in lontananza, il mare, allargai d’istinto le braccia. Poi mi guardai attorno con la speranza che nessuno mi avesse visto, ma notai un bambino che imitava il mio gesto.
Avrei voluto portarmi a casa quell’apertura che collegava le colline al mare e provai una sensazione mista di malinconia e gioia. Avevo fame, questa era una sensazione chiara. Salii in macchina con la decisione ferrea di fermarmi al chiosco che avevo incrociato lungo la strada.

Il sacco di farina era pesante.
– La posso aiutare?
– Nemmeno per sogno, lei è un cliente.
– Un cliente non può fare una gentilezza?
– Posso farcela da sola, lei domani non sarà qui ad aiutarmi.
– Domani, no.
– Si accomodi e decida cosa prendere.
– Ma ritornerò.
– Prima mangi e poi decida se ritornare.
Tornai la settima successiva e anche quelle che seguirono.
La mia piadina preferita era quella con i gratinati: pomodori, melanzane e peperoni. Ma prima di mangiare avevo preso l’abitudine di affacciarmi sul retro della cucina e salutare Patrizia.
– Mi fermo un po’ qui, posso?
– Certo, ma lo sai, non ho l’abitudine di parlare mentre cucino.
– Non importa, vedo che sei concentrata.
– Sì, ma in realtà mi sembra di non pensare a niente.
Osservavo Patrizia ipnotizzato dai movimenti delle sue mani e un giorno la conversazione finì in un modo diverso:
– E’ difficile?
– Cosa?
– Fare quello che fai. E da dove si comincia?
– Dal prendere un sacco di farina, quello in fondo nell’angolo.

Ripenso spesso a quella non voglia di cucinare che avevo qualche anno fa, ma poi i pensieri se ne vanno via insieme alle nuvole della farina mentre stendo la piada.
Patrizia mi osserva, comoda e seduta si sente una signora, ora lavora meno ma mi corregge sempre come si addice a una maestra.
– Cara, ma secondo te qual è il singolare maschile di azdora?
Io non sapevo cucinare per questo penso che il primo a innamorarsi di lei sia stato il mio palato. Non sono orgoglioso di questo ma sono romagnolo e spero mi perdonerete.

Ero un uomo solo. Lavoravo sui cantieri edili come geometra; fino al tramonto mi sentivo bene, ma alla sera, seduto a tavola, la tristezza si impadroniva di me. Guardavo la tv e scartocciavo i contenitori della rosticceria. Facevo commenti ad alta voce e mi sentivo un po’ matto. Cosa mi mancava di più? La conversazione o il buon cibo? Entrambi.
Per questo accettavo volentieri gli inviti a cena, non ne rifiutavo uno e ricambiavo presentandomi con una bottiglia di vino. Ma non potevo contare su questo e speravo in un miracolo. Una bella azdora l’avrei mai incontrata?
Questo pensiero era frequente, direi quasi un’ossessione che mi faceva sentire un maschilista e dovevo fare attenzione a parlarne, soprattutto con le donne, con cui avrei fatto una pessima figura. Quindi, non potevo nemmeno sfogarmi e accumulavo tensione. In realtà oltre a sentirmi in colpa mi sentivo anche incompreso. E se l’amore avesse sede nello stomaco? Si dice che quando si è innamorati si sentono le farfalle nello stomaco. Ecco cosa mancavano, le farfalle.
In attesa di una relazione amorosa avrei potuto imparare a cucinare e colmare una parte del vuoto che sentivo, ma di prendere in mano un libro di cucina o di iscrivermi a corsi serali non se ne parlava. Il fatto era che avevo una gran voglia di essere servito e riverito.
Ogni mattina prima del lavoro facevo un’ora di corsa sul lungomare. Mi godevo da una parte la spiaggia e dall’altra le ville che si alternavano agli alberghi. Le trovavo belle dipinte con i colori pastello e immaginavo gli arredi interni, i mobili di legno e il fresco che i muri spessi offrivano nelle giornate estive.
Al cantiere fingevo di essere un uomo dalla scorza dura e mi piaceva stare insieme ai muratori e agli operai. Mi ero fatto l’idea che fossero uomini di carattere: braccia forti, carattere forte. E’ stato così che ho incominciato a pranzare mangiando panini insieme a loro e qualche volta è capitato che mi facessero assaggiare il contenuto delle loro gavette. Ricordo quelle pausa dal lavoro come momenti felici.
La domenica andavo per borghi e mi sentivo turista a casa mia. Le colline dell’entroterra mi abbracciavano e coccolavano e il pranzo all’osteria era diventato un’abitudine; alla sera cenavo con una piadina farcita, in un chiosco. Fu in quel mio girovagare solitario che scoprii che il paesaggio mi commuoveva. Lo sentivo come uno di quegli amici che ci sono sempre. Un giorno mi ritrovai su una collina, di fronte in lontananza, il mare, allargai d’istinto le braccia. Poi mi guardai attorno con la speranza che nessuno mi avesse visto, ma notai un bambino che imitava il mio gesto.
Avrei voluto portarmi a casa quell’apertura che collegava le colline al mare e provai una sensazione mista di malinconia e gioia. Avevo fame, questa era una sensazione chiara. Salii in macchina con la decisione ferrea di fermarmi al chiosco che avevo incrociato lungo la strada.

Il sacco di farina era pesante.
– La posso aiutare?
– Nemmeno per sogno, lei è un cliente.
– Un cliente non può fare una gentilezza?
– Posso farcela da sola, lei domani non sarà qui ad aiutarmi.
– Domani, no.
– Si accomodi e decida cosa prendere.
– Ma ritornerò.
– Prima mangi e poi decida se ritornare.
Tornai la settima successiva e anche quelle che seguirono.
La mia piadina preferita era quella con i gratinati: pomodori, melanzane e peperoni. Ma prima di mangiare avevo preso l’abitudine di affacciarmi sul retro della cucina e salutare Patrizia.
– Mi fermo un po’ qui, posso?
– Certo, ma lo sai, non ho l’abitudine di parlare mentre cucino.
– Non importa, vedo che sei concentrata.
– Sì, ma in realtà mi sembra di non pensare a niente.
Osservavo Patrizia ipnotizzato dai movimenti delle sue mani e un giorno la conversazione finì in un modo diverso:
– E’ difficile?
– Cosa?
– Fare quello che fai. E da dove si comincia?
– Dal prendere un sacco di farina, quello in fondo nell’angolo.

Ripenso spesso a quella non voglia di cucinare che avevo qualche anno fa, ma poi i pensieri se ne vanno via insieme alle nuvole della farina mentre stendo la piada.
Patrizia mi osserva, comoda e seduta si sente una signora, ora lavora meno ma mi corregge sempre come si addice a una maestra.
– Cara, ma secondo te qual è il singolare maschile di azdora?

Montetiffi

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Senza titolo

Kandinsky-Cielo-Blu
Blu di Cielo – Kandinsky

Molteplici i toni
basta guardare
dovreste trovare il tempo
di restare lì
il collo allungato
il viso verso l’alto
gli occhi curiosi
da scienziati
e inventare sinonimi – celeste.

Tratto dalla raccolta PRETESTI Raffaelli Editore Rimini

Senza titolo

Stasera ho cantato
la canzone della soluzione
è stato un ballo intorno al fuoco
avevo confuso la crescita con il dolore
la vetta con la valle
ho risistemato la montagna rovesciata
sorriso al rito del contrario
stasera ho cantato.

Tratta dalla raccolta “Pretesti” edita da Raffaelli Editore Rimini

Immagine

Pretesti

La data imbarazzata

Difficile è
rispondere alle domande
quiz a premi
fermiamo il tempo
avremo più tempo
una sciocchezza
se fermassimo i fiumi
non sarebbero fiumi
scelgo giochi di parole
ogni volta che
il tempo m’inchioda
passo la parola
ai calendari
che raccolgono date
anche loro
un poco imbarazzate.

Poesia tratta dalla raccolta Pretesti edita da Raffaelli Editore

Biglietto per Rino

Rino, vorrei che i tuoi racconti
li tenessi sempre per te
nella scatola della tua voce.
Perché se li dice un altro
non sono più nulla;
invece tu, le stesse cose, le dici in mille modi
sempre diversi.
Che il bello nello starti a sentire
è proprio la maniera.
Quelle invenzioni di discorso,
della tosse, di tirar su col fiato,
di bestemmiare quanto è il momento
per fare le tempeste, i mugli,
le azioni di guerra.
E poi quel ripetere: capisco, allora hai capito,
così’ che nessuno scappi col pensiero
e tutti stiano attaccati alla tua favola.

Tratto da La voce dei poeti poesie in dialetto romagnolo Edizioni Pazzini
nino-pedretti

la noia

Lontana
da definizioni certe
la noia è
un guardare passare
un panorama sfocato
sfuggenti i passanti
un piacere
nell’assenza di azione
ma se di noia
ci si ritrova a parlare
allora la battaglia
è vinta
e il mondo torna
a disposizione.
il-mondo

New York

1469621276369
Sprovvista
di storia antica
calamita di libertà
hai attirato a te
regalato un sogno di riscatto
del cielo ti sei appropriata
per costruire i tuoi monumenti
il tuo motto: puntare verso l’alto
il tuo ritmo: frastuono e luci
la tua dote: raccogliere bellezza
ma
non hai prestato attenzione
al potere generato
molti pensano
tu abbia esagerato
il tuo popolo: americani e anti-americani.
Al posto di due torri
enormi buchi
l’acqua confonde e scongiura
la paura
a partire da Ground Zero.

Dance Dance Dance – Murakami Haruki

Da che cosa s’incomincia quando si parla di un libro?
Dalla storia, dai personaggi, dai luoghi?
Un albergo a Sapporo, il Dolphin Hotel. Un vecchio triste albergo nascosto in un nuovo e lussuoso hotel dove qualcuno aspetta il protagonista. Una receptionist nervosa, un attore dal fascino irresistibile, un poeta con un braccio solo. Tutto serve al viaggio che il protagonista deve intraprendere dentro di sé per ritrovarsi. Quello che conta è non perdere il ritmo. Quello che conta è “dance dance dance”.
Mi è piaciuto dalla prima all’ultima riga.
dance dance dance